Cuoco per passione By Joseph Pulga
Eccomi, mentre entro al Joe-Eboli restaurant, fino a qualche giorno fa ero un pivello universitario con poca voglia di studiare e pochi dollari nelle tasche, venivo qui perchè amavo mettermi in bocca qualcosa di commestibile e caldo; mi sentivo un gran signore; ero l’unico imberbe in questo salone scuro e fumoso.
Io figlio di emigranti, scontroso e fiero, voglioso di conquistare la mia libertà e cancellare l’indipendenza solitaria e manuale dal sesso.
Mi piaceva, proprio come oggi, l’aria stantia del locale, adoravo il grande bancone in legno dove i bicchieri scivolavano velocemente, i bagni con l’odore stagnante di piscio misto a vita, il cinismo di quei passaggi stretti dei tavoli dove le due cameriere danzavano strofinando i sederoni alle sedie, trattenendo il fiato, gonfiando un petto trasbordante e turgido.
I vassoi passavano alti sopra le teste, maneggiati come fossero oggetti volanti con sicurezza tipica di chi vola pure con la fantasia.
In fondo alla sala c’era il paradiso dei sensi…una grande vetrata illuminava la cucina.
Sbucava una figura di donna, straniera nei lineamenti, molto formosa, di bellezza sgualcita dal tempo, lurida e carnale.
Lei mi aveva colpito un mezzogiorno, uno come tanti, mentre ingurgitavo frettolosamente l’ultimo boccone, incrociai involontariamente ma non troppo il suo sguardo ipnotico, teneramente spento.
Mi fece immediatamente sobbalzare il cuore, pensai subito al sesso; sospettai che tutte le donne desiderate in ogni angolo del mio sguardo, mi servissero su di un piatto d’argento solo le qualità minori del loro corpo e custodissero nel segreto della loro alcova sessuale i movimenti paradisiaci ed inaccessibili ai comuni sbarbatelli sfigati come me.
Adesso comprendo, ad esempio, che potrei assaggiare ogni sua pietanza, che lei avrebbe potuto utilizzare i migliori alimenti del mondo ma la sintesi avrebbe voluto che comunque io fossi maledettamente solo a godere del suo cibo per cui tutto non avrebbe avuto senso, non avrebbe regalato mai il sapore sublime del gelato sciapo che gustavo a passeggio con la mia prima fidanzata al liceo. Mmmh…a boicottare quella storia fu più che altro la mia insicurezza, ero così convinto di non meritare quella ragazza che alla fine convinsi anche lei e finì col fidanzarsi con un ragazzo di quelli che io ritenevo fosse alla sua altezza.
Quando me lo comunicò rimasi atterrito e fermo con la crema sciolta sulle mani!» Ah che pensieri del cazzo…
Al Joe-Eboli esisteva solo lei, la signora oltre la vetrata…
Pensieri erotici navigavano nella mia mente, mentre lei era sempre là in un buco di locale, in quella voragine di mondo di un sobborgo di periferia. Improvvisamente ero geloso di lei, spaventato di conoscerla e non volevo neanche conoscere gli altri che ci lavoravano, ma ad ogni istante libero andavo ad assaggiare uno dei suoi piatti, magnificando di assaggiare un tozzo caldo di lei.
Rimanevo spesso in piedi, in un angolo, l’occhio non la perdeva mai di vista, la mente non dimenticava mai la sua gestualità ed il mio membro ormai riconosceva a memoria ogni centimetro quadrato del cesso.
Passarono alcune settimane.
Uno dei soliti e nauseabondi venerdì di mercato, uno come tanti, arrivai da Joe e vidi alla porta d’ingresso un cartello scritto a china su carta unta di formaggio… recitava più o meno così “CERCASI PERSONALE, POSSIBILMENTE CUOCO, SALIRE AL PRIMO PIANO E CHIEDERE DI ME MEDESIMO…firmato FRANKIE DOCT. EBOLI”.
Entrai nel locale, stanco, quasi infastidito che qualcuno le si potesse materialmente avvicinare: in quel periodo avevo un chiodo fisso in testa: cercare di comprendere qual era la soglia del desiderio sessuale di ogni donna che mi circondava; lei probabilmente regalava la percezione del piacere nei piatti che creava come fossero strumenti dell’erotismo sfrenato.
Ordinai uno short, arrabbiato lo trangugiai d’un fiato, era la prima volta che mi permettevo uno scotch whisky.
Forse l’alcol miscelato alla mia stupidità mi scaraventò in un sogno lontano… un’ipotesi balenò veloce, percorse l’incoscienza e si tramutò in idea… lei, solo lei mi fece fotografare il mio futuro di cuoco rinomato, di cercar lavoro proprio lì da Joe.
Il suo sguardo, che incrociavo tra la vetrata ogni miserabile e fottuto giorno, mi appariva come una domanda di assunzione.
Trovai nel desiderio la spinta necessaria per credere in me stesso.
Il desiderio, proprio lui, compagno infinito di sventure mi condusse direttamente all’ufficio del primo piano, dove il boss attendeva l’aspirante signor nessuno. Passo dopo passo la scala scricchiolava come il peso del mio incerto presente…non avevo nulla da perdere se non quella donna incantevole dietro ai fornelli. Aprii la porta.
La moquette attutiva la mia andatura ed il boss non mi fece neppure accomodare, la luce era soffusa più per la polvere che per l’arredo; dietro la scrivania un energumeno mi chiese senza tanti fronzoli «che sai di cucina? ».
«boh? », risposi spocchioso a testa alta.
«Sei capace di prepararmi qualcosa?».
«No» risposi.
«Sai accendere un fuoco?».
«No, manco quello».
Si alzò in piedi e sputacchiando fra i denti mi urlò.
«Cosa minchia sai fare?».
Io scrollai le spalle. «Niente» dissi.
Il boss non se la prese, accese un cubano, uscì dalla stanza e tornò dopo un paio di minuti in compagnia di lei, alta come l’Everest e vestita poco, una gonna che copriva sempre meno ed un grembiule mezzo sporco che lasciava intravedere il senso della vita.
Il boss mi fissò, corrucciò lo sguardo e parti con violenza la sua mano, palpò il culo di lei tanto forte da farla avanzare e con voce rauca mi disse:
«Lei è Mirka. Ti insegnerà tutto».
Poi il boss se ne andò e non lo rividi che il giorno dopo.
Fu Mirka a rivelarmi il vero motivo per cui ero finito lassù.
Mirka parlava a voce bassa e sembrava non dimenticarsi mai che era arrabbiata con tutti.
Mi raccontò: «Suo padre era il grande Joe…lui sì che era un innovatore - disse Mirka - aveva creato un menù di piatti che non ammetteva paragoni. Per lungo tempo, i primi piatti di Joe erano stati i migliori e tra i più apprezzati nel mondo. In anni di sapiente ricerca Eboli padre si fece rispettare da tutti quanti nella zona ed era conosciuto anche nel vecchio continente. Era un uomo pieno di vita e mi regalò il primo vero sospiro strozzato di diventare donna. Per Joe non esistevano viaggi delineati. L’amore e la sua cucina erano per sua stessa scelta un’avventura individuale, una sorta di diario scritto sull’equilibrio instabile dei legami affettivi che in qualche modo ci univano...il valore che nella nostra vita assumevano le occasioni mancate, correvano di pari passo con il crescere dentro e del ristorante. Non s’imparava mai abbastanza. Joe era perennemente instabile, io nascondevo una sorta di inadeguatezza costante che ci faceva pensare sempre a un’altra vita possibile insieme...ed invece a sessant’anni suonati faceva ancora il greaser sulla sua fiammante INDIAN CHIEF rossa del ’24…, era molto più bello degli idoli di Hollywood, italo-americano atipico col giubbino in pelle nera, i suoi inseparabili Ray-Ban Shooter e una faccia olivastra e squadrata, barba incolta ed occhio languido che non lasciava fiato, quel respiro che lui stesso perse con la sua moto una notte maledetta di luglio, Joe si schiantò per cause ancora sconosciute».
Mirka mi raccontava occultamente commossa e poi con un filo di voce continuò. «penso che in amore le persone più a rischio siano proprio quelle per cui l’amore sembra non esistere o fuggire: i sognatori tristemente innamorati proprio come me…»
S’interruppe un attimo, si scrollò di dosso l’emozione come fosse una fastidiosa pulce, prese un fiato lungo come la 66(sixty-six) e con tono decisamente diverso continuò: «il dottor Frankie – anche se lei lo chiamava ormai «ex capo» - aveva ereditato il ristorante dal padre Joe, quando aveva appena ventiquattro anni». Sottolineò più volte che Frankie Eboli di cucina non ne capiva niente, proprio come me, ma che con la sua laurea in economia e commercio era convinto di saperne più di tutti.
Così, il neolaureato Frankie Eboli, figlio senza nessun cromosoma del padre, aveva assunto il comando, pensando bene di applicare quelle quattro merdose nozioni di marketing al ristorante rimasto orfano del grande boss.
L’ idea di Frankie era stata, in poche parole, di non ascoltare i vecchi amici del padre, allontanare gli esperti di mercato e scrollarsi di dosso i noti trafficanti e bastardi della zona.
Volle così aumentare spropositatamente tutta la produzione, abbassare i prezzi e di conseguenza spingere le vendite Take-away.
Aveva assunto nuovi addetti, persone non qualificate, frattaglie di mondo che «sapevano solo ripetere meccanicamente il gesto per cui erano stati ammassati in quella piccola cucina», e aveva introdotto il surgelato praticamente ovunque, materie scadenti laddove prima tutto era fatto a mano e tutta roba fresca.
Da cinquanta piatti il giorno, il Joe-Eboli restaurant era arrivato a produrne settecento. « settecento piatti al giorno che uscivano senz’anima» disse Mirka. All’inizio le cose erano andate bene. I clienti abituali e le personalità conosciute dal vecchio avevano smesso di venire da Joe, ma in cambio era arrivata una grossa fetta di mercato “dilettantistico e sprovveduto”.
Donne in crisi di identità, coppie casuali, single annoiati, pallidi speculatori, prostitute, studenti brufolosi ed affamati.
Il Joe-Eboli faceva palate di soldi. Poi, come un’onda anomala, la concorrenza si era rovesciata addosso.
La grande M gialla dietro l’angolo, poi i cinesi svelti, precisi ed infine anche i Mexican con tortillas e tacos, a prezzi stracciati cucinavano meglio di Mirka e colleghi.
Il Joe-Eboli restaurant si era ritrovato in pochi mesi senza eccellenza e senza clienti.
Il dottore Frankie aveva restituito e rivenduto quasi tutte le attrezzature, friggitrici, i banchi frigo, congelatori, bastardelle, mestoli e sacchi della spazzatura recuperando neanche la metà del loro prezzo originale.
Quando quei soldi non erano più bastati aveva cominciato con i licenziamenti. Prima le signore delle pulizie, alcune cameriere, poi i cuochi operai, a partire dai più anziani, che costavano di più.
Mirka era l’ultima superstite della manodopera specializzata che aveva reso grande il Joe-Eboli.
Forse spaventato dall’amicizia “di letto” che la legava a suo padre, Frankie non aveva trovato il coraggio di cacciarla.
Ma gli aveva ridotto gradualmente lo stipendio, fino a dimezzarlo.
«Invece di buttarmi fuori con un bel calcio nel didietro, ha preferito trascinarmi legata mani e piedi ai ricordi fino al cassone delle spazzature, oltre la porta della dignità» spiegò Mirka.
Ora se ne sarebbe andata, abbandonando il lavoro che aveva appassionato la sua vita per una probabile misera mansione di operaia addetta al montaggio ed assemblaggio di cuscinetti, probabilmente da Speed&Fast, stabilimento in esagerata espansione a mille isolati più a sud.
Io ascoltavo i suoi racconti con occhio languido e stupido, con tagli sulle dita perché era più facile guardarle il culo che copiare le sue gesta veloci e precise col coltello.
Mirka non toccava la carne…la seduceva, non la lavorava, ma la castigava, ogni verdura tra le sue mani assomigliava ad un attrezzo di piacere, sinuosa anche nel riempire una pentola di acqua calda e nell’asciugare quei fottuti piatti. Bisognava stare attenti all’immaginazione.
Da una parte garantiva una specie di innocenza che favoriva l’espressione di certi sentimenti, dall’altra aumentava la quotidiana possibilità di venire e di essere delusi.
I miei pensieri erano voluttuosi e carnali e correvano oltre l’oceano di totale indifferenza che si esaltarono, quando Mirka disse fissandomi negli occhi: «Guarda a che punto siamo arrivati, ora il mio ex capo recupera manodopera gratis dai riformatori».
Io mi sentii al centro della scena, come se gli stessi rubando una parte dell’anima.
Mi fissò negli occhi ed aggiunse: «Senza offesa, ovviamente».
Sinceramente credetti di aver iniziato un tortuoso percorso sentimentale su di lei che svoltava in senso contrario.
Il dottor Frankie passava ogni mattina, verso le dieci, dalla cucina.
A quell’ora aveva ancora il panciotto ben chiuso e la cravatta ben stretta sull’ultimo bottone.
Si tappava le narici, infastidito da qualsiasi odore, e attendeva che ci spostassimo verso il bar prima di parlare.
«Come va il ragazzo?» domandava a Mirka.
Lei non gli rispondeva.
Si limitava a lavarsi le mani sbattendo sul tavolo il coltellaccio da cucina ed il trancio di manzo appena tagliato, le fette ancora inermi e svuotate di tutto.
Il dottor Frankie le visionava con le braccia conserte, spostava il punto della visuale e col capo accennava ad un disgustoso assenso, si grattava il mento, si strusciava contro il tavolaccio e dopo essersi passato le mani tra i capelli sbottava e poi commentava:
«Molto bene».
Restava lì ad osservarmi lavorare, con indice e medio infilati nel naso ed il viso contratto, controllava il mio senso del dovere con estrema precisione e con altrettanta pignoleria controllava la sala.
Prima di uscire, prendeva uno straccio si chinava a terra e con le mani scuoteva via le briciole o l’unto feticcio del vapore acqueo misto a pessimo olio d’oliva che gli si erano depositati sulle scarpe di cuoio.
Ogni mattina le stesse gesta, gli stessi rituali, profumi morbidi misti a sgradevoli odori.
Mi piaceva, proprio come oggi, l’aria stantia del locale, adoravo il grande bancone in legno dove i bicchieri scivolavano velocemente, i bagni con l’odore stagnante di piscio misto a vita, il cinismo di quei passaggi stretti dei tavoli dove le due cameriere danzavano strofinando i sederoni alle sedie, trattenendo il fiato, gonfiando un petto trasbordante e turgido.
I vassoi passavano alti sopra le teste, maneggiati come fossero oggetti volanti con sicurezza tipica di chi vola pure con la fantasia.
In fondo alla sala c’era il paradiso dei sensi…una grande vetrata illuminava la cucina.
Sbucava una figura di donna, straniera nei lineamenti, molto formosa, di bellezza sgualcita dal tempo, lurida e carnale.
Lei mi aveva colpito un mezzogiorno, uno come tanti, mentre ingurgitavo frettolosamente l’ultimo boccone, incrociai involontariamente ma non troppo il suo sguardo ipnotico, teneramente spento.
Mi fece immediatamente sobbalzare il cuore, pensai subito al sesso; sospettai che tutte le donne desiderate in ogni angolo del mio sguardo, mi servissero su di un piatto d’argento solo le qualità minori del loro corpo e custodissero nel segreto della loro alcova sessuale i movimenti paradisiaci ed inaccessibili ai comuni sbarbatelli sfigati come me.
Adesso comprendo, ad esempio, che potrei assaggiare ogni sua pietanza, che lei avrebbe potuto utilizzare i migliori alimenti del mondo ma la sintesi avrebbe voluto che comunque io fossi maledettamente solo a godere del suo cibo per cui tutto non avrebbe avuto senso, non avrebbe regalato mai il sapore sublime del gelato sciapo che gustavo a passeggio con la mia prima fidanzata al liceo. Mmmh…a boicottare quella storia fu più che altro la mia insicurezza, ero così convinto di non meritare quella ragazza che alla fine convinsi anche lei e finì col fidanzarsi con un ragazzo di quelli che io ritenevo fosse alla sua altezza.
Quando me lo comunicò rimasi atterrito e fermo con la crema sciolta sulle mani!» Ah che pensieri del cazzo…
Al Joe-Eboli esisteva solo lei, la signora oltre la vetrata…
Pensieri erotici navigavano nella mia mente, mentre lei era sempre là in un buco di locale, in quella voragine di mondo di un sobborgo di periferia. Improvvisamente ero geloso di lei, spaventato di conoscerla e non volevo neanche conoscere gli altri che ci lavoravano, ma ad ogni istante libero andavo ad assaggiare uno dei suoi piatti, magnificando di assaggiare un tozzo caldo di lei.
Rimanevo spesso in piedi, in un angolo, l’occhio non la perdeva mai di vista, la mente non dimenticava mai la sua gestualità ed il mio membro ormai riconosceva a memoria ogni centimetro quadrato del cesso.
Passarono alcune settimane.
Uno dei soliti e nauseabondi venerdì di mercato, uno come tanti, arrivai da Joe e vidi alla porta d’ingresso un cartello scritto a china su carta unta di formaggio… recitava più o meno così “CERCASI PERSONALE, POSSIBILMENTE CUOCO, SALIRE AL PRIMO PIANO E CHIEDERE DI ME MEDESIMO…firmato FRANKIE DOCT. EBOLI”.
Entrai nel locale, stanco, quasi infastidito che qualcuno le si potesse materialmente avvicinare: in quel periodo avevo un chiodo fisso in testa: cercare di comprendere qual era la soglia del desiderio sessuale di ogni donna che mi circondava; lei probabilmente regalava la percezione del piacere nei piatti che creava come fossero strumenti dell’erotismo sfrenato.
Ordinai uno short, arrabbiato lo trangugiai d’un fiato, era la prima volta che mi permettevo uno scotch whisky.
Forse l’alcol miscelato alla mia stupidità mi scaraventò in un sogno lontano… un’ipotesi balenò veloce, percorse l’incoscienza e si tramutò in idea… lei, solo lei mi fece fotografare il mio futuro di cuoco rinomato, di cercar lavoro proprio lì da Joe.
Il suo sguardo, che incrociavo tra la vetrata ogni miserabile e fottuto giorno, mi appariva come una domanda di assunzione.
Trovai nel desiderio la spinta necessaria per credere in me stesso.
Il desiderio, proprio lui, compagno infinito di sventure mi condusse direttamente all’ufficio del primo piano, dove il boss attendeva l’aspirante signor nessuno. Passo dopo passo la scala scricchiolava come il peso del mio incerto presente…non avevo nulla da perdere se non quella donna incantevole dietro ai fornelli. Aprii la porta.
La moquette attutiva la mia andatura ed il boss non mi fece neppure accomodare, la luce era soffusa più per la polvere che per l’arredo; dietro la scrivania un energumeno mi chiese senza tanti fronzoli «che sai di cucina? ».
«boh? », risposi spocchioso a testa alta.
«Sei capace di prepararmi qualcosa?».
«No» risposi.
«Sai accendere un fuoco?».
«No, manco quello».
Si alzò in piedi e sputacchiando fra i denti mi urlò.
«Cosa minchia sai fare?».
Io scrollai le spalle. «Niente» dissi.
Il boss non se la prese, accese un cubano, uscì dalla stanza e tornò dopo un paio di minuti in compagnia di lei, alta come l’Everest e vestita poco, una gonna che copriva sempre meno ed un grembiule mezzo sporco che lasciava intravedere il senso della vita.
Il boss mi fissò, corrucciò lo sguardo e parti con violenza la sua mano, palpò il culo di lei tanto forte da farla avanzare e con voce rauca mi disse:
«Lei è Mirka. Ti insegnerà tutto».
Poi il boss se ne andò e non lo rividi che il giorno dopo.
Fu Mirka a rivelarmi il vero motivo per cui ero finito lassù.
Mirka parlava a voce bassa e sembrava non dimenticarsi mai che era arrabbiata con tutti.
Mi raccontò: «Suo padre era il grande Joe…lui sì che era un innovatore - disse Mirka - aveva creato un menù di piatti che non ammetteva paragoni. Per lungo tempo, i primi piatti di Joe erano stati i migliori e tra i più apprezzati nel mondo. In anni di sapiente ricerca Eboli padre si fece rispettare da tutti quanti nella zona ed era conosciuto anche nel vecchio continente. Era un uomo pieno di vita e mi regalò il primo vero sospiro strozzato di diventare donna. Per Joe non esistevano viaggi delineati. L’amore e la sua cucina erano per sua stessa scelta un’avventura individuale, una sorta di diario scritto sull’equilibrio instabile dei legami affettivi che in qualche modo ci univano...il valore che nella nostra vita assumevano le occasioni mancate, correvano di pari passo con il crescere dentro e del ristorante. Non s’imparava mai abbastanza. Joe era perennemente instabile, io nascondevo una sorta di inadeguatezza costante che ci faceva pensare sempre a un’altra vita possibile insieme...ed invece a sessant’anni suonati faceva ancora il greaser sulla sua fiammante INDIAN CHIEF rossa del ’24…, era molto più bello degli idoli di Hollywood, italo-americano atipico col giubbino in pelle nera, i suoi inseparabili Ray-Ban Shooter e una faccia olivastra e squadrata, barba incolta ed occhio languido che non lasciava fiato, quel respiro che lui stesso perse con la sua moto una notte maledetta di luglio, Joe si schiantò per cause ancora sconosciute».
Mirka mi raccontava occultamente commossa e poi con un filo di voce continuò. «penso che in amore le persone più a rischio siano proprio quelle per cui l’amore sembra non esistere o fuggire: i sognatori tristemente innamorati proprio come me…»
S’interruppe un attimo, si scrollò di dosso l’emozione come fosse una fastidiosa pulce, prese un fiato lungo come la 66(sixty-six) e con tono decisamente diverso continuò: «il dottor Frankie – anche se lei lo chiamava ormai «ex capo» - aveva ereditato il ristorante dal padre Joe, quando aveva appena ventiquattro anni». Sottolineò più volte che Frankie Eboli di cucina non ne capiva niente, proprio come me, ma che con la sua laurea in economia e commercio era convinto di saperne più di tutti.
Così, il neolaureato Frankie Eboli, figlio senza nessun cromosoma del padre, aveva assunto il comando, pensando bene di applicare quelle quattro merdose nozioni di marketing al ristorante rimasto orfano del grande boss.
L’ idea di Frankie era stata, in poche parole, di non ascoltare i vecchi amici del padre, allontanare gli esperti di mercato e scrollarsi di dosso i noti trafficanti e bastardi della zona.
Volle così aumentare spropositatamente tutta la produzione, abbassare i prezzi e di conseguenza spingere le vendite Take-away.
Aveva assunto nuovi addetti, persone non qualificate, frattaglie di mondo che «sapevano solo ripetere meccanicamente il gesto per cui erano stati ammassati in quella piccola cucina», e aveva introdotto il surgelato praticamente ovunque, materie scadenti laddove prima tutto era fatto a mano e tutta roba fresca.
Da cinquanta piatti il giorno, il Joe-Eboli restaurant era arrivato a produrne settecento. « settecento piatti al giorno che uscivano senz’anima» disse Mirka. All’inizio le cose erano andate bene. I clienti abituali e le personalità conosciute dal vecchio avevano smesso di venire da Joe, ma in cambio era arrivata una grossa fetta di mercato “dilettantistico e sprovveduto”.
Donne in crisi di identità, coppie casuali, single annoiati, pallidi speculatori, prostitute, studenti brufolosi ed affamati.
Il Joe-Eboli faceva palate di soldi. Poi, come un’onda anomala, la concorrenza si era rovesciata addosso.
La grande M gialla dietro l’angolo, poi i cinesi svelti, precisi ed infine anche i Mexican con tortillas e tacos, a prezzi stracciati cucinavano meglio di Mirka e colleghi.
Il Joe-Eboli restaurant si era ritrovato in pochi mesi senza eccellenza e senza clienti.
Il dottore Frankie aveva restituito e rivenduto quasi tutte le attrezzature, friggitrici, i banchi frigo, congelatori, bastardelle, mestoli e sacchi della spazzatura recuperando neanche la metà del loro prezzo originale.
Quando quei soldi non erano più bastati aveva cominciato con i licenziamenti. Prima le signore delle pulizie, alcune cameriere, poi i cuochi operai, a partire dai più anziani, che costavano di più.
Mirka era l’ultima superstite della manodopera specializzata che aveva reso grande il Joe-Eboli.
Forse spaventato dall’amicizia “di letto” che la legava a suo padre, Frankie non aveva trovato il coraggio di cacciarla.
Ma gli aveva ridotto gradualmente lo stipendio, fino a dimezzarlo.
«Invece di buttarmi fuori con un bel calcio nel didietro, ha preferito trascinarmi legata mani e piedi ai ricordi fino al cassone delle spazzature, oltre la porta della dignità» spiegò Mirka.
Ora se ne sarebbe andata, abbandonando il lavoro che aveva appassionato la sua vita per una probabile misera mansione di operaia addetta al montaggio ed assemblaggio di cuscinetti, probabilmente da Speed&Fast, stabilimento in esagerata espansione a mille isolati più a sud.
Io ascoltavo i suoi racconti con occhio languido e stupido, con tagli sulle dita perché era più facile guardarle il culo che copiare le sue gesta veloci e precise col coltello.
Mirka non toccava la carne…la seduceva, non la lavorava, ma la castigava, ogni verdura tra le sue mani assomigliava ad un attrezzo di piacere, sinuosa anche nel riempire una pentola di acqua calda e nell’asciugare quei fottuti piatti. Bisognava stare attenti all’immaginazione.
Da una parte garantiva una specie di innocenza che favoriva l’espressione di certi sentimenti, dall’altra aumentava la quotidiana possibilità di venire e di essere delusi.
I miei pensieri erano voluttuosi e carnali e correvano oltre l’oceano di totale indifferenza che si esaltarono, quando Mirka disse fissandomi negli occhi: «Guarda a che punto siamo arrivati, ora il mio ex capo recupera manodopera gratis dai riformatori».
Io mi sentii al centro della scena, come se gli stessi rubando una parte dell’anima.
Mi fissò negli occhi ed aggiunse: «Senza offesa, ovviamente».
Sinceramente credetti di aver iniziato un tortuoso percorso sentimentale su di lei che svoltava in senso contrario.
Il dottor Frankie passava ogni mattina, verso le dieci, dalla cucina.
A quell’ora aveva ancora il panciotto ben chiuso e la cravatta ben stretta sull’ultimo bottone.
Si tappava le narici, infastidito da qualsiasi odore, e attendeva che ci spostassimo verso il bar prima di parlare.
«Come va il ragazzo?» domandava a Mirka.
Lei non gli rispondeva.
Si limitava a lavarsi le mani sbattendo sul tavolo il coltellaccio da cucina ed il trancio di manzo appena tagliato, le fette ancora inermi e svuotate di tutto.
Il dottor Frankie le visionava con le braccia conserte, spostava il punto della visuale e col capo accennava ad un disgustoso assenso, si grattava il mento, si strusciava contro il tavolaccio e dopo essersi passato le mani tra i capelli sbottava e poi commentava:
«Molto bene».
Restava lì ad osservarmi lavorare, con indice e medio infilati nel naso ed il viso contratto, controllava il mio senso del dovere con estrema precisione e con altrettanta pignoleria controllava la sala.
Prima di uscire, prendeva uno straccio si chinava a terra e con le mani scuoteva via le briciole o l’unto feticcio del vapore acqueo misto a pessimo olio d’oliva che gli si erano depositati sulle scarpe di cuoio.
Ogni mattina le stesse gesta, gli stessi rituali, profumi morbidi misti a sgradevoli odori.
In poco più di due settimane mi sentivo la cucina e soprattutto Mirka in pugno: non appariva più così dura e scontrosa, così silenziosa ed inarrivabile e poi quando si avvicinava per insegnarmi le sue mani sfioravano le mie, non erano affatto curate, anzi quasi legnose, ruvide, rovinate ed imperfette ma avevano un senso di sesso fuori del comune…dita lunghe, il palmo grande e altro che non so descrivere.
Ogni volta la giornata sembrava volare ed io sognare di lei.
Non mi pesava rimanere in quel laboratorio di odori, di mascherare il mio viso alla cattiva sorte di qualche spicciolo in più, non faticavo nel lavare, pulire, sbucciare le verdure, condire, saltare, sporcare i miei vestiti, ingobbire il mio corpo perché la cucina mi univa a lei.
L’importante, era non pescare semplicemente una donna: ma una persona.
La differenza stava lì.
Una donna qualsiasi vive di comportamenti standard, di metodo, a cui fa corrispondere tutto quello che fa, che pensa e che dice.
Mirka, invece, di fronte a quello che capitava reagiva istintivamente: a volte bene, a volte male.
Ma era guidata sempre e solo dalla forza della sua focosa originalità.
Era imprevedibile…insomma a me Mirka piaceva anche se forse non l’amavo. Alla fine del mese completai il mio primo piatto: uno spaghetto alla carbonara con cipollotto fresco e basilico.
Con lei ne avevo scelto gli ingredienti, insieme con lei curato il dosaggio, pensato alla presentazione, modellato ed assemblato ogni singolo passaggio, le cotture, le spezie, gli odori, i profumi, l’amore e la cura.
L’acqua sobbolliva e lo spaghetto era perfetto…ancora al dente.
In un largo tegame la pancetta trasudava come sotto le lenzuola, il pepe appena macinato odorava di intimo e le due uova appena sbattute in quella scodella di coccio fuorviavano la mia immaginazione.
Unii nel tegame la pasta appena scolata… una rapida rigirata e poi lo zabaione scendeva e si univa abbracciando il resto degli ingredienti.
Una rimestata alle cose, il basilico in foglie ed alcune tuniche di cipollotto fresco che dall’alto cadevano e pungevano come arnesi di piacere il miscuglio acrobatico di quella minestra.
I colori esaltavano quel tegame ed io come un circense cercavo l’acrobazia migliore per evitare che tutto cadesse.
Tolsi dal fuoco ed impiattai veloce.
Mi sentivo caldamente osservato da lei, sbalordito e preso da eccitazione estrema.
Mirka abbassò lo sguardo, inumidì la forchetta con un tocco di lingua che sapeva di rapporto orale estremo, con abile gesto di polso arrotolò alcuni spaghetti, i rabbi catturarono alcuni fili di quella pasta, il condimento rimase prigioniero ed il tutto si avvicinò alle sue labbra.
La radio in quel momento rimbombava nella stanza.
“Capricorn” avvolgeva l’aria col suo sax e con quell’eco continuo in sottofondo. Io speravo non so che cosa: avrei voluto essere con le mie labbra su quella forchetta, non mi interessava nulla del suo giudizio e tutto del suo corpo, beh forse anche qualcosa del suo sguardo.
Lei teneva gli occhi chiusi, un po’ per la concentrazione e un po’ per la nostalgia che già provava di quel posto, ora che il suo lavoro probabilmente era davvero finito.
Io ascoltavo con attenzione il suo silenzio, estasiato dall’aver costruito un piatto che poteva emozionarla.
Il nido di pasta finì in quella bocca morbida, i lineamenti del viso non persero armonia durante la masticazione, ancora con le palpebre chiuse scelse un romantico.
«Very good» per descrivere l’assaggio.
«Ti piace?» le dissi col cuore che sobbalzava ed il turgido che scuoteva i pantaloni.
Lei annuì con la testa.
Riprese il lavoro facendomi credere che qualcosa potesse nascere, amore e sesso almeno per un paio di minuti sconvolsero la mia mente.
La serata barcamenò tra pochi clienti e molti sospiri.
Ormai era tardi, il ristorante chiuso da poco, le luci dormienti a metà.
Mirka spense i fornelli, mi fissò negli occhi, si avvicinò stringendomi in un angolo angusto, afferrò i miei polsi, sfiorò le mie labbra e masturbò la sua lingua tra la mia bocca; si staccò per un attimo e poi mi diede un bacio caldo come una stella…«Good night», mi sussurrò all’orecchio pizzicandolo coi denti.
Sensazione strana per un giovane come me, non comprendevo quanta ricerca spasmodica di piacere attraversasse Mirka, quarantenne calda e vogliosa.
Mi attese fissando la mia patta, il suo sguardo mi tolse i pantaloni, ma lo spettacolo della notte non ebbe mai inizio.
Non avevo il coraggio, la paura attanagliava il mio corpo, rosso di vergogna inventai la scusa più banale…la cucina era inviolabile o forse il mio desiderio era impaurito.
Lei prese le distanze, capì e sorrise a denti stretti, il pivello non avrebbe mai avuto il coraggio di sbatterla sul tavolaccio ed allora frettolosamente se ne uscì dal retro, chiuse la porta e se ne andò.
Dal giorno dopo non si presentò mai più al ristorante.
Rimase solo il desiderio insoddisfatto, l'odore di bionda ed il ricordo del suono di quel vecchio sax…a mille isolati di distanza.
Ogni volta la giornata sembrava volare ed io sognare di lei.
Non mi pesava rimanere in quel laboratorio di odori, di mascherare il mio viso alla cattiva sorte di qualche spicciolo in più, non faticavo nel lavare, pulire, sbucciare le verdure, condire, saltare, sporcare i miei vestiti, ingobbire il mio corpo perché la cucina mi univa a lei.
L’importante, era non pescare semplicemente una donna: ma una persona.
La differenza stava lì.
Una donna qualsiasi vive di comportamenti standard, di metodo, a cui fa corrispondere tutto quello che fa, che pensa e che dice.
Mirka, invece, di fronte a quello che capitava reagiva istintivamente: a volte bene, a volte male.
Ma era guidata sempre e solo dalla forza della sua focosa originalità.
Era imprevedibile…insomma a me Mirka piaceva anche se forse non l’amavo. Alla fine del mese completai il mio primo piatto: uno spaghetto alla carbonara con cipollotto fresco e basilico.
Con lei ne avevo scelto gli ingredienti, insieme con lei curato il dosaggio, pensato alla presentazione, modellato ed assemblato ogni singolo passaggio, le cotture, le spezie, gli odori, i profumi, l’amore e la cura.
L’acqua sobbolliva e lo spaghetto era perfetto…ancora al dente.
In un largo tegame la pancetta trasudava come sotto le lenzuola, il pepe appena macinato odorava di intimo e le due uova appena sbattute in quella scodella di coccio fuorviavano la mia immaginazione.
Unii nel tegame la pasta appena scolata… una rapida rigirata e poi lo zabaione scendeva e si univa abbracciando il resto degli ingredienti.
Una rimestata alle cose, il basilico in foglie ed alcune tuniche di cipollotto fresco che dall’alto cadevano e pungevano come arnesi di piacere il miscuglio acrobatico di quella minestra.
I colori esaltavano quel tegame ed io come un circense cercavo l’acrobazia migliore per evitare che tutto cadesse.
Tolsi dal fuoco ed impiattai veloce.
Mi sentivo caldamente osservato da lei, sbalordito e preso da eccitazione estrema.
Mirka abbassò lo sguardo, inumidì la forchetta con un tocco di lingua che sapeva di rapporto orale estremo, con abile gesto di polso arrotolò alcuni spaghetti, i rabbi catturarono alcuni fili di quella pasta, il condimento rimase prigioniero ed il tutto si avvicinò alle sue labbra.
La radio in quel momento rimbombava nella stanza.
“Capricorn” avvolgeva l’aria col suo sax e con quell’eco continuo in sottofondo. Io speravo non so che cosa: avrei voluto essere con le mie labbra su quella forchetta, non mi interessava nulla del suo giudizio e tutto del suo corpo, beh forse anche qualcosa del suo sguardo.
Lei teneva gli occhi chiusi, un po’ per la concentrazione e un po’ per la nostalgia che già provava di quel posto, ora che il suo lavoro probabilmente era davvero finito.
Io ascoltavo con attenzione il suo silenzio, estasiato dall’aver costruito un piatto che poteva emozionarla.
Il nido di pasta finì in quella bocca morbida, i lineamenti del viso non persero armonia durante la masticazione, ancora con le palpebre chiuse scelse un romantico.
«Very good» per descrivere l’assaggio.
«Ti piace?» le dissi col cuore che sobbalzava ed il turgido che scuoteva i pantaloni.
Lei annuì con la testa.
Riprese il lavoro facendomi credere che qualcosa potesse nascere, amore e sesso almeno per un paio di minuti sconvolsero la mia mente.
La serata barcamenò tra pochi clienti e molti sospiri.
Ormai era tardi, il ristorante chiuso da poco, le luci dormienti a metà.
Mirka spense i fornelli, mi fissò negli occhi, si avvicinò stringendomi in un angolo angusto, afferrò i miei polsi, sfiorò le mie labbra e masturbò la sua lingua tra la mia bocca; si staccò per un attimo e poi mi diede un bacio caldo come una stella…«Good night», mi sussurrò all’orecchio pizzicandolo coi denti.
Sensazione strana per un giovane come me, non comprendevo quanta ricerca spasmodica di piacere attraversasse Mirka, quarantenne calda e vogliosa.
Mi attese fissando la mia patta, il suo sguardo mi tolse i pantaloni, ma lo spettacolo della notte non ebbe mai inizio.
Non avevo il coraggio, la paura attanagliava il mio corpo, rosso di vergogna inventai la scusa più banale…la cucina era inviolabile o forse il mio desiderio era impaurito.
Lei prese le distanze, capì e sorrise a denti stretti, il pivello non avrebbe mai avuto il coraggio di sbatterla sul tavolaccio ed allora frettolosamente se ne uscì dal retro, chiuse la porta e se ne andò.
Dal giorno dopo non si presentò mai più al ristorante.
Rimase solo il desiderio insoddisfatto, l'odore di bionda ed il ricordo del suono di quel vecchio sax…a mille isolati di distanza.
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